BroccheVuote
...e ricordate che i calzini camminano solo quando sono ai vostri piedi!
giovedì 9 settembre 2010
G...nometti
Di statura.
Morale.
Non accettano il proprio. Rubano.
Gnometti maledetti.
Potrebbero crescere, invece restano bassi. Salgono sulle tue spalle, e se non te ne accorgi...ti invadono. Tutto.
Non hanno nomi...ma nometti.
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lunedì 21 dicembre 2009
Windows
Esce in vestaglia, poggia la bacinella e comincia a tirare su i panni: li sventola, li allarga bene e poi li pinza con una molletta. Ci mette una cura incredibile: farà meno fatica poi, a stirare. Deve pulire tutta casa, non può perdere tempo. Piano terra, giardino
Dietro alla tenda solo luci che si accendono e si spengono, solo ombre che non si colorano mai. Passano veloci, chissà se esistono. Terzo piano
Un finestrone si illumina di pixel. Non ha piante: vivono troppo. Attico
Una tenda di stelle dalle vetrate appannate. Se la casa è piccola, il mondo può essere infinito. Sottotetto
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mercoledì 17 giugno 2009
Sinonimi e contrari

Lei non cammina, si muove.
E' un vettore, che attraversa la strada da una parte all'altra. Non fa caso a dove mette i piedi. Non è attenta all'andatura: solo ogni tanto si diverte ad ancheggiare, oppure in assenza di tacchi, mima un vaccaro stanco.
Generalmente le braccia le ciondolano di lato, alternate, ma se si accorge di far parte di un sistema sociale, perché deve pensarci seriamente per accorgersene, allora le raccoglie, oppure le impegna o ancora le blocca, a perimetrare il suo busto.
Il busto.
Sa di non essere simmetrica, una spalla più alta e una più bassa, una contratta e l'altra che si prende la libertà di adagiarsi.
Quando è ferma accavalla le dita delle mani, le contorce, le stringe, le tormenta. Ed anche i capelli. Ma quelli si possono ammansire facilmente, non la spaventano. La parola la spaventa, quella non si placa. Non si addomestica, è anarchica.
Ogni tanto viene fuori fluida e domata, tonda e pacata.
Altre volte va sputata fuori, strappata dalle fauci, rincorsa e stanata nella mente ma ne esce fuori a brandelli e malconcia.
Alcune volte si ferma, perché lo sa, che con quell'incedere rischia di inciampare. Altre volte va oltre, e inciampa.
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giovedì 28 maggio 2009
Dettagli per il caffè
Hai polvere di caffè in abbondanza:
-riempi fino alla valvola la base della Moka, ti assicuri che il filtro sia pulito e lo colmi con la polvere, avviti la parte superiore e accendi la fiamma bassa. Ci vuole poco fuoco e un po di pazienza. Il caffè gorgoglia, esce e quando è quasi uscito del tutto spegni la fiamma e aspetti un pò.
Non hai polvere a sufficienza:
-eviti di arrivare alla valvola con l'acqua, la polvere nel filtro sarà scarsa, devi regolarti. La fiamma sarà bassa, il gorgoglio ti avvertirà che il caffè è quasi uscito del tutto. Spegnerai, attenderai, e lo berrai. Sarà meno dovrai accontentarti
-esci a comprarne una confezione nuova e ne avrai in abbondanza
-vai al bar, e ordini il caffè. Dovrai farlo ogni giorno, fino a che non comprerai una nuova confezione
Il caffè va bevuto bollente e amaro.
Lo zucchero tradisce il sapore, saranno altri i recettori che lo gusteranno.
A me il caffè piace amaro. Ma non bollente. E con un po di latte freddo.
Il caffè è un'arte. Gli artisti sono pochi.
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domenica 8 marzo 2009
Bugiarda
Quando trovi quello che non cerchi sorge il dilemma: se l'ho trovato, in qualche misura l'ho cercato? Oppure c'era, anche se non doveva esserci, non era il suo contesto, era completamente fuori luogo, aveva sbagliato tempi e modi e non te lo saresti mai aspettato, ma era talmente evidente che sarebbe bastato guardare più in là dei propri piedi per vederlo, in effetti!
Parlo della luna di giorno!
E' talmente bugiarda che ti fa quasi tenerezza! Che c'entra: ma non lo vede che c'è il sole a far coppia con il cielo? Ma non si rende conto che quello non è il suo posto? Che ci fa lì? Dovrebbe colonizzare altri cieli, far compagnia a stelle lontane, e non trascurare il suo ruolo di faro nelle tenebre!
Bugiarda! Mente a se stessa prima che ai nostri occhi!
La luna di giorno!
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venerdì 14 novembre 2008
Porco Diaz
Buona lettura.
di Emiliano Loi
Molti di Voi non mi conoscono però oggi vorrei condividere con tutti alcuni pensieri. Miei.
Mio nonno nacque alla fine dell’ottocento e negli anni ’30 del secolo scorso era già un uomo sposato con molti figli. Lavorava ed aveva un pezzo di terra dal quale con fatica e dedizione tirava fuori di che vivere e di che far vivere la sua famiglia. Era un uomo semplice, nato in un piccolo paese, aggrappato alle pendici di una montagna. Dicono che le persone che vivono in luoghi simili siano dure, come la roccia delle montagne, che resistono al freddo, al vento, alla neve. Lui era così.
Un giorno gli arrivò la voce che in Italia non si potevano più dire alcune cose, che in Italia si doveva vestire i bambini in un certo modo e che non si poteva pensarla diversamente perché tanto era inutile.
Non se ne curò, era distante da lui tutto ciò, la sua unica preoccupazione era il grano che ostinato non ne voleva sapere di uscire rigoglioso da quella terra, troppo scura, troppo umida, troppo lontana dal sole e dalla bellezza.
E le giornate trascorsero, ed il vento portò il freddo e poi la pioggia e dopo il sole di nuovo.
Passò del tempo ed un giorno un uomo, duro come lui, bussò alla porta della sua casa, gli presentò una tessera ed un invito. Rifiutò. Perché era nato libero. Mio nonno viveva nel rispetto delle regole e degli altri; andava pure in Chiesa.
Venne pestato a sangue. Trascorse 4 anni in prigione, senza spiegazioni. Senza capire. Sapeva solo di dover contare sulla sua determinazione e sulla sua durezza. Pensava molto alla famiglia. Pensava ancora di più ai campi ed al suo grano, ostinato. Come lui.
Un giorno uscì da quella notte durata anni, ritrovò la sua famiglia, tutta, ritrovò il campo. Pieno di buche profonde. Come le ferite che la consapevolezza aveva lasciato nella sua anima, nel suo orgoglio, nelle sue speranze.
Mio nonno è morto molti anni fa. Tuttavia quando ero piccolo mi raccontava molte cose, nelle stanche sere della sua vecchiaia, ingannando i lunghi inverni che lo avvicinavano soddisfatto alla sua fine. Aveva un cruccio. Io che non avevo vissuto la sua vita, dovevo conoscerla, nel tentativo di trasmettermi degli insegnamenti per evitare di ripetere gli errori commessi che macchiano l’anima dell’umanità. Per sempre. Poi mi abbracciava, non teneramente ma con forza. La forza di chi aveva ancora molto da fare, la forza di chi non vuole dimenticare sotto l’incanto della stanchezza.
Tutti stiamo dimenticando. E molte cose che sono vere diventano racconti. E molti racconti diventano vecchi ricordi. E tutti questi vecchi ricordi diventano sentenze di uomini che abilmente ci fanno dimenticare.
Sette anni fa è accaduto qualcosa. Una notte delle persone che somigliano a mio nonno sono state portate via, nella sua stessa maniera. Da altre persone, dure.
Io non giudico, non è il mio mestiere. Io non sono un moralista, non è il mio status. Eppure capisco quando una cosa è giusta e quando non lo è. Con buona pace di chi vuol offendere la mia intelligenza.
Ieri non è stata fatta giustizia, così come non fu un atto di giustizia quello compiuto sette anni fa. Sette anni fa alcuni che dovevano essere puniti, nel rispetto di quella Costituzione per cui persone come mio nonno sono vissute, sono rimasti nell’ombra. Sette anni fa si decise invece di macellare un gruppo di persone solo per rappresaglia, per avvertimento, per furia cieca. Vennero usate persone a mo di armi esattamente come nel secolo scorso, ed esattamente come allora chi ha deciso non è stato punito per i crimini commessi contro quei cittadini che invece dovevano proteggere. Gian Battista Vico pensava che proprio per la natura umana, la storia è riconducibile ad una serie di corsi e ricorsi.
Noi stiamo “ricorrendo” una delle pagine più umilianti dei libri che abbiamo studiato a scuola.
È davvero questa l’Italia che desideriamo lasciare ai nostri figli?
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martedì 14 ottobre 2008
Solitudine
Chiare relazioni o individualità sfocate? E' davvero tutto qui? O ci si confonde perchè si pensa che gli altri non sono così chiari come li si vede? Perchè questa nitidezza con la quale si presenano al mondo è frutto di una gabbia che li tiene insieme...altrimenti esploderebbero al solo contatto con l'individuo...quello confuso, che si fa domande, che non si tiene a niente..se non a se stesso!!!
Ma se stesso, alcune volte, è troppo. Troppo confuso, troppe domande, troppo tenuto...e ancora sospeso nel vuoto, quel vuoto che ti seduce, e tradisce la sua essenza con la promessa di accoglienza. Trovarsi a pensare a se stessi, come individui, cercando di fuggire dal contesto, perchè il contesto ti taglia il respiro, perchè dovresti gettarti nella mischia, e perdere le parole che ti servono a pensarti, è la meta o il nastro di partenza?
E poi a che serve, se intanto il Tempo che dentro di te sembra congelarsi, fuori si scioglie e scorre via come una pioggia di rumori e di colori?
Stai, nella consapevolezza di una libertà che non sai come afferrare, ma che è lì a portata di mano, oppure vaghi, alla ricerca del triangolo perverso, fatto di relazioni, indifferenza ed incertezze, che ti braccherà e sarà per te nuovamente casa?
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giovedì 9 ottobre 2008
domenica 5 ottobre 2008
Sandor Marai: "La donna giusta."
Buona lettura.
...
" Le donne. Hai notato con quale tono incerto e diffidente gli uomini pronunciano questa parola? Come se parlassero di una tribù ribelle, assoggettata ma non ancora perfettamente domata, sempre incline alla rivolta. E poi, quale sarà mai il senso di questo concetto nella vita di tutti i giorni? le donne....che cosa ci aspettiamo da loro? ...Figli? Aiuto?....Serenità? Gioia? Tutto? Niente? Attimi? L'uomo vive, desidera, si prepara per un incontro; fa l'amore; si sposa, sperimenta insieme ad una donna amore, nascita e morte, poi si volta a guardare un bel paio di gambe per la strada, perde la testa per una splendida chioma, si rovina per un bacio di labbra ardenti e,mentre giace in alcove borghesi o su materassi cigolanti di squallidi alberghi ad ore, ha la sensazione di sentirsi appagato, e talvolta si mostra magnificamente generoso nei confronti di una donna. Gli innamorati piangono e si giurano di restare insieme, di aiutarsi e sostenersi; andranno a vivere in cima ad una montagna o in una grande città...Ma poi il tempo passa, un anno, tre anni, un paio di settimane-hai notato che l'amore, proprio come la morte, ha un tempo che non si può misurare con orologi o calendari?...-, e i loro grandi progetti falliscono, o non hanno l'esito immaginato.E allora si separano, pieni di rancore, o con indifferenza, e tornano a sperare, ricominciano da capo a cercare un nuovo compagno. Se sono ormai troppo stanchi e restano insieme, succhiandosi a vicenda energia e voglia di vivere, si ammalano; è un pò come se si uccidessero, e alla fine muoiono. E chissà se nel momento estremo, mentre stanno per chiudere gli occhi, capiranno finalmente che cosa volevano l'uno dall'altro...Forse invece hanno semplicemente obbedito a una legge cieca e incommensurabile, a un comandamento che rinnova e perpetua il mondo con il respiro dell'amore, e che necessita di uomini e donne i quali accoppiandosi garantiscano la conservazione della specie...Tutto qui? E loro nel frattempo, poverini, che cosa mai speravano per se stessi? che cosa si sono dati, che cosa hanno ricevuto uno dall'altro? Quale misterioso e tremendo bilancio è questo....E il sentimento che spinge un uomo verso una donna è davvero rivolto alla persona? Il suo oggetto non sarà piuttosto il desiderio stesso, sempre e soltanto quel desiderio che a volte, in modo del tutto provvisorio, si incarna in un corpo? Eppure, l'artificiosa eccitazione in cui viviamo non poteva certo essere il fine della natura quando ha creato l'uomo e ha deciso di mettergli accanto la donna perchè ha visto che la solitudine non era un bene."
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mercoledì 1 ottobre 2008
Barre
Proviamo a considerare una relazione tra due persone come una frazione:il dividendo ed il divisore.
Per giungere ad un qualsiasi risultato dobbiamo vedere in che misura uno c'entra con l'altro. Deve necessariamente esserci un incontro, un confronto e una fusione tra i due numeri che sono sopra e sotto la barra di divisione. La barra! Che funzione ha questo aggeggio filiforme? Possiamo dire che i numeri hanno una loro identità che li caratterizza, ma insieme li cristallizza: se sei un 50 sei quello e basta, devi fare i conti con il non essere un 49 e il voler essere un 51. Ma rimani un 50! Non è una cosa banale essere un 50: in fondo sei la somma infinita di tanti altri numeri infinitesimamente piccoli. E ognuno di essi è una parte di te.
Ma la barra? La barra sta lì, tra te e un'altro numero, ma potrebbe stare tra due altri qualsiasi numeri. Non ha identità di numero, non vuole assumerla! Ha solo identità di funzione: stabilisce il rapporto, fisso, che deve esserci tra due numeri!La barra è solo un segno, un simbolo che ti dice che rapporto intrattenere con l'altro numero. E allora mi chiedo: che dignità ha una barra all'interno del rapporto tra dividendo e divisore? La risposta è che non lo so, e che rileggendo tutto questo post mi sembra un delirio aritmetico-relazionale. Tutto ciò è nato da una discussione che ho intrattenuto con il primo cittadino di Orphalese, con il quale cercavamo di dare un senso alla teoria di Beigbeder secondo cui "L'amore dura tre anni". Ma allora chi dura di più è un multiplo? E chi dura meno?
Insomma da tutto ciò cosa ho evinto? Direi una sola semplice cosa: non sono l’unica ad avere un’idea a dir poco creativa dell’aritmetica!!
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